#socomeequandofaipipì

La magia delle Stars, dei Vip, dov’è finita?

Quando ero una ragazzina pensavo che i Take That non facessero la cacca, e che con molta probabilità non possedessero neanche un bagno, li immaginavo sotto la doccia ma non mentre si depilavano o si tingevano i capelli. Leonardo Di Caprio era autopulente, di sicuro non pensavo a lui mentre intento a passarsi il filo interdentale.
Patrick Swayze al massimo si sarebbe lavato le mani dopo aver costruito un vasetto con la cera. Luke Perry lo sognavo mentre beveva una birra ghiacciata. Nick Kamen per me aveva il gel incorporato nel ciuffo.

Oggi invece sei al corrente di tutto. La carta igienica che preferiscono, il colore delle mutande che usano per dormire, i cereali che mangiano al mattino, la marca di acqua che hanno sul comodino. Sai quanti pasti fanno e come li fanno, sai quante ore dormono, se preferiscono la posizione supina o meno. Sai se sono completamente glabri, se invece preferiscono il pelo anni 80. Conosci la palestra che frequentano, il loro ristorante preferito, la macchina che usano il sabato e la domenica. Fanno stories con i loro figli, la nonna, i cugini di secondo e terzo grado, il cane dei vicini, il postino che suona sempre due volte.

Svelati tutti i segreti diventano comunissimi mortali, quasi uguali a te, tranne che in banca. Inizi a sentirti parte della famiglia, odi le piastrelle del bagno, e vorresti dare consigli sulla tinta da usare in cucina. In poco tempo cominci a detestare la “suocera”, il cane ti sta un pò sul cazzo perchè sporca nel giardino, e non sopporti più che passi tutte quelle ore al bilanciere.

Prima ancora di sognare di sposartelo stai già compilando i documenti per il divorzio.

Toglieteci un pò di certezze così possiamo riprendere ad usare la fantasia.

Idiosincrasia da tacco

Avete presente quelle belle scarpe con il tacco? Quelle che indossano le presentatrici in TV e pensi: “però… potrei comprarle anche io“?

Io le compro.

Ho più scarpe con il tacco nel mio armadio che Pittarosso in tutti i magazzini d’Italia.

Le provo ed in negozio mi sembrano comode, faccio due passi, mi guardo allo specchio, piroetta, vista laterale, piedino leggermente alzato, punte che si sfiorano, poi la commessa interviene, con quella vocina calda e carezzevole, “Le stanno benissssssssimo!!” batte le mani un paio di volte per accentuare l’entusiasmo, “Oh Grazie” rispondo non ancora del tutto convinta mentre porto una mano al mento pensierosa, la ragazza percepisce i miei dubbi ed incalza la dose “Sono un guanto, le ho prese anche io, di tutti i colori, proprio quel modello! ” e per sigillare l’accordo scocca l’ultima freccia “Ti sembrerà di camminare scalza! Credimi!” sorride e fa centro!

Esco con la mia bella busta contente un paio di scarpe rosso fuoco tacco 10 “Mi mancavano” penso, “Le metterò sabato” continuo “Magari se andiamo solo al ristorante così mi abituo a tenerle ai piedi“.

Il sabato arriva, mi vesto, mi trucco, ed aspetto l’ultimo secondo per infilare ai piedi il mio ultimo acquisto. Mi osservo orgogliosa “Stai proprio bene“. Percorro i 7 metri che dividono la mia camera dal salotto. I piedi iniziano a pulsare. Sento già il solco sopra il tallone. L’equilibrio vacilla. “Speriamo di parcheggiare vicino, che non ci sia il ciottolato, che il posto prenotato sia subito disponibile, che i commensali siano stanchi e non decidano di fare altro dopo cena, che i bambini stiano calmi, che non debba correre dietro a qualcuno, che non scatti l’allarme antincendio, che non venga un terremoto, che non ci rubino la macchina, che non ci sia un’invasione di rane, una pioggia di fuoco e ghiaccio o un assalto di cavallette“.

La disperazione mi assale. L’ansia arriva supera i livelli di allerta.

Zampetto già dolorante fino alla scarpiera, saluto le mie decoltè “Siete belle, simpatiche, ed anche molto sexy, ma il mio cuore appartiene a loro” estraggo i miei stivali, bassi, consumati e con quel carrarmato che mi da tanta sicurezza, “Rimaniamo amiche! Ci sentiamo presto!

L’importanza dell’aperitivo

I pasti principali sono 3, colazione, pranzo e cena. Poi si aggiungono le 2 ,merende, metà mattinata e metà pomeriggio. Ma il vero momento di spensieratezza ed aggregazione è l’aperitivo.

L’aperitivo, disconosciuto da nutrizionisti e dietologi, è invece fondamentale per le pubbliche relazioni.

Esistono però due tipi di aperitivi, quelli cool e quelli free.

I primi si sono costruiti negli anni, diventando più che un momento di aggregazione uno status symbol.

I secondi sono quelli genuini, quelli puri.

Il vero aperitivo non conosce costume, non ha un orario preciso ne una bevanda specifica. L’aperitivo è felicità in flute.

Puoi arrivare al bar, magari del paese in cui vivi, appena uscito da lavoro. Potresti avere i vestiti sporchi di bianco (se sei un imbianchino), di grasso e olio (se sei un meccanico), potresti indossare abiti elegantissimi (se sei un avvocato), una tuta (se sei uno sportivo), jeans e maglietta (se sei una mamma che cerca un attimo di tregua). Nessuno noterà il tuo abbigliamento, perchè quello è il momento del relax, delle chiacchiere frivole, della risata libera.

Un Martini, una Corona, una Ceres, un vinello bianco, uno Spritz, ma anche un Bitter o un succo di frutta, ognuno sceglie liberamente cosa bere, decide con chi chiacchierare e fino a che ora farlo, da libero sfogo alle proprie fantasie, soprattutto dopo il secondo bicchierino alcolico.

Ci sono persone che durante l’aperitivo hanno trasformato la loro vita decidendo di cambiare lavoro, chi ha scelto di sposarsi o di avere un figlio, chi pensa al domani sorridendo anche se è stata una giornata di merda, chi torna ad essere amico anche se solo per qualche minuto, chi inizia a fumare, chi smette, chi torna bambino, chi decide di mettersi a dieta, chi invece fa uno strappo al suo regime alimentare promettendosi che sarà solo per quella sera.

L’aperitivo, quello salutare, non dovrebbe avere un dress code, dovrebbe essere quel momento in cui puoi tenere un bicchiere in mano, raccontare aneddoti appena avvenuti o passati ormai da tempo, ridere in compagnia senza dover essere per forza fasciato in un abito di alta sartoria o truccata a puntino per nascondere la stanchezza di una giornata appena finita.

L’aperitivo, quello “libero” non nuoce alla salute, ma soprattutto essendo spensierato non fa ingrassare… forse… o forse no… ma alla fine “è solo per una sera”.

Ps. per chi non lo sapesse, l’APERITIVO nacque a Torino in una bottega di liquori (sotto i portici di Piazza Castello ) del signor Antonio Benedetto Carpano, il quale nel 1786 ha inventato il vermut, prodotto con vino bianco addizionato ad un infuso di oltre 30 tipi di erbe e spezie. Da allora la “speciale bevanda” è stata esportata in tutta Europa e successivamente prodotta da Cinzano e Martini & Rossi, divenendo con l’appellativo di “Martini” l’aperitivo per eccellenza, da bere liscio o come base di tanti cocktail come il Negroni.

3 Uomini in famiglia

1 Marito +

2 Figli maschi =

6 palle…

Le mie…

Non che io abbia nulla nei confronti degli uomini che negli anni mi hanno anche regalato un sacco di gioie, ma c’è una cosa che proprio non sanno gestire, la sofferenza fisica. Minima, impercettibile, sciocca, si trasforma immediatamente in un dramma di proporzioni cosmiche. Una leggera febbriciattola, un pò di gastrite, un’influenza intestinale o anche solo uno strappo muscolare è per loro presagio di morte certa.

Smettono di deambulare, non sono in grado di sbucciarsi una mela o di prendere un bicchier d’acqua, la minzione diventa uno sforzo degno di nota, il sol respirare li stanca, smettono di vivere ed iniziano a rompere i coglioni come se non ci fosse un domani.

Ma il domani arriva inesorabile, e loro ancora buttati sul divano alzano leggermente una mano indicando un punto lontano, tu ti guardi intorno in cerca del Sacro Graal, il maschio con un filo di voce strozzato dalla sofferenza sussurra “il telecomando” lasciando ricadere la testa da un lato ed ansimando come se stesse esalando l’ultimo respiro.

Il problema è che crescendo, invecchiando, diventando adulti, tutto ciò non migliora, aumenta esponenzialmente. Per ogni anno in più diminuisce la soglia di febbre tollerabile, se da bambini con la febbre a 40 saltano sui mobili, a 40 anni con la febbre a 36.9 scrivono il testamento. Testamento che dovremmo scrivere noi, che dietro a loro ci esauriamo, la gastrite ci arriva come una tempesta a ciel sereno e si trasforma in ulcera perforante, la febbre raggiunge i 42, il cervello va in ebollizione, la salivazione si azzera insieme a quell’ultimo barlume di pazienza e tollerabilità che si esauriscono come le pile del discount.

Io non dico che non soffriate, che non stiate effettivamente male, o che veramente non temiate di morire, ma voglio svelarvi un segreto. La morte non vi porterà via, non quando siete in queste condizioni perchè non potrebbe sopportarvi, darebbe le dimissioni, tornerebbe a spaventare i bambini piuttosto che sentire i vostri lamenti mentre guardate “Uomini e donne” perchè si sa, il pomeriggio in tv non c’è mai niente (ed anche questo è fonte di lagnanza e piagnucolio) . Abbiate fiducia. Sopravviverete all’influenza, ai dolori muscolo scheletrici, ai mal di pancia. Sopravviverete anche a noi che dobbiamo sopportarvi.

Fateci la grazia, siate il “sesso forte” non solo sui libri di E. L. James.

SCRIVERE

Non bisognerebbe mai chiedersi “Cosa posso scrivere?” perchè la domanda stessa presuppone una mancanza di idee ed una sensazione di obbligo che nuoce gravemente alla fantasia.

Una mattina di un anno fa ho pensato bene di iniziare a scrivere, come può farlo una ragioniera con una scarsa preparazione letteraria, su una pagina word i caratteri si rincorrevano veloci, senza pretese, senza effettive speranze, era un modo per sognare, era una “trasgressione” alla quotidianità, un’evasione dalla routine, era un viaggio a costo zero.

I giorni passavano e le parole aumentavano. I protagonisti prendevano forma. La storia si stava scrivendo da sola, non avevo fatto una scaletta, non mi ero posta dei traguardi, i personaggi vivevano e progredivano autonomamente, io ero solo il tramite, la mano che permetteva alle idee di fermarsi senza scappare via velocemente.

Quando, dopo diversi mesi ho finito di scrivere quello che per me era un libro (il libro di una profana che si è divertita moltissimo) ho sentito la mancanza di quegli incontri con i miei “amici di testo”, così mi sono detta “Ora cosa posso scrivere?”, nulla non potevo scrivere nulla, tutto doveva nascere per caso, solo così sarebbe stato divertente e libero, solo così successo o insuccesso, sarebbe stato comunque bello e degno di memoria. Sarò una di quelle cose da raccontare ai miei nipotini quando vecchietta dirò loro “La nonna una volta ha scritto un libro”, e loro mi domanderanno “Che tipo di libro?” ed io, senza pensarci su un secondo risponderò “Simpatico, un libro simpatico!”

Mi presento…

Fra quindici giorni compio 40 anni…

Non è la fine del mondo, o almeno non del vostro, ma quel 4 sibillino li davanti mi genera una sorta di orticaria. 40 anni… vorrei raccontarvi di aver, in questi anni, fatto scoperte rivoluzionarie, salvato il mondo almeno un paio di volte, cambiato la storia lasciando il segno.

Invece vi dico di aver messo al mondo due splendidi bambini, patendo le pene dell’inferno per farli uscire dal mio corpo e mettendo a dura prova la mia sanità mentale, cosa che continuo a misurare giornalmente.

Lavoro, un lavoro che poco mi appartiene ma che pare debba fare perchè non ho un cognome che mi permetta di vivere di rendita.

Scrivo… (non solo su WhatsApp cosa che per altro mi viene anche bene) fra una lavatrice, un’asciugatrice, le fatture elettroniche, spesometri, redditometri, esterometri, asili, scuole, sport, etc etc, quando ho un attimo di tregua prendo il portatile e do ossigeno ai miei sogni mentre il suono della tastiera fa da sottofondo alla mia libertà.

Già, perchè la dove non puoi arrivare, puoi sempre sognare. Liberare la mente.

Concludendo, sono una donna, una madre, una moglie, una figlia. Piena di sfumature e combinazioni, che mi confondono e si confondono con la normalità. In due parole, PERFETTAMENTE IMPERFETTA.